VISITARE VOLTERRA INFORMAZIONI E PICCOLA GUIDA
Volterra, gioiello d'arte etrusca, romana, medievale e rinascimentale,
domina da un colle di 550 metri tutta la valle del Cecina, fino al mare.
A Volterra la storia ha lasciato il suo segno con continuità dal
periodo etrusco fino all'ottocento, con testimonianze artistiche e monumentali
di grandissimo rilievo, che possono essere ammirate semplicemente passeggiando
per le vie del centro storico, ma anche visitando i tre musei cittadini:
il Museo Etrusco, la Pinacoteca Civica e il Museo d'Arte Sacra. Accanto
a queste un paesaggio incontaminato, una qualità della vita ancora
a dimensione umana e un artigianato artistico unico al mondo: l'alabastro
Una città da vivere intensamente, da scoprire a poco a poco, con
le sue atmosfere, i suoi contrasti, il pulsare di una civiltà e
di una cultura che la rendono "unica" e irripetibile.
La meta ideale per un soggiorno in Toscana, alla scoperta di una delle
zone più incontaminate della regione che è nello stesso
tempo a un passo dal mare e dalle più importanti città d'arte.
Volterra oltre a trovarsi in un'area paesaggistica notevole con diversi
percorsi naturalistici, vanta un patrimonio culturale inestimabile, enorme
rispetto alle dimensioni del piccolo e raffinato centro della Val di
Cecina. Questo perché ogni angolo della città racchiude
in sé testimonianze ancora intatte del passato. Un passato che
vanta la presenza di diverse civiltà, da quella etrusca a quella
romana, da quella medievale a quella rinascimentale, visibile non solo
nelle antiche vestigia a cielo aperto, ma anche nei molti e vari musei
della città che completano ogni desiderio di approfondire.
Etrusche sono le sue mura, l’imponente Arco, l'unico esistente,
e i numerosi e preziosi reperti archeologici del Museo Etrusco Guarnacci,
uno dei più antichi musei d’Europa, al cui interno emergono
l’“Ombra della Sera”, dal profilo davvero unico, e
i bellissimi gioielli finemente lavorati.
Breve storia di Volterra
Le descrizioni di Volterra, offerte dalla letteratura di tutti i tempi
ci mostrano una città posta su un’altura, circondata da
mura, dominante un vasto e immenso territorio: e infatti da qualunque
parte ci si avvicini alla città, il profilo di Volterra, adagiata
su un contrafforte collinare del periodo Pliocenico, a m. 541 s. l. m.
domina il territorio circostante delimitato dal massiccio del Montevaso,
dai cordoni dei Cornocchi e delle Colline Metallifere.
La posizione privilegiata del colle, posto alla confluenza della val
di Cecina e della val d’Era, la naturale defendibilità del
luogo nonché le caratteristiche ambientali e le risorse minerarie
presenti nel territorio, favoriscono fin dal periodo Neolitico i primi
insediamenti umani, sicuramente documentati dai copiosi reperti litici
rinvenuti sul contrafforte volterrano e in particolare nella zona di
Montebradoni.
Il periodo etrusco
Ma si deve agli Etruschi nel secolo VII, se concludendo il processo di
aggregazione tra i vari insediamenti del colle volterrano, essi danno
vita alla città di Velathri costruendo nel IV sec. la grande cinta
muraria il cui perimetro, di oltre sette chilometri lascia supporre che
insieme all’habitat racchiudesse anche terreni a pascolo e a coltivazione,
capaci di assicurare alimenti in caso di prolungati assedi. Infatti,
Volterra, divenne una delle dodici lucomonie che formarono la nazione
etrusca, con un territorio che si estendeva dal fiume Pesa al mar Tirreno
e dall’Arno al bacino del fiume Cornia; inoltre, nel VI sec., divenne
la più importante base strategica della valle inferiore dell’Arno
sia per la spinta romana dal sud, sia per l’invasione gallica dal
nord.
Il periodo romano
Agli inizi del III sec., lo scontro decisivo del lago Vadimone (283 a.
C.) segnò la definitiva rinuncia dei popoli dell’Etruria
alla lotta contro Roma: Volterra sottomessasi ai Romani verso il 260,
entrò a far parte, insieme ad altre città, della confederazione
italica. Da un noto passo di Livio relativo agli approvvigionamenti che
l’esercito di Scipione ricevette da alcune città etrusche,
durante la seconda guerra punica nel 205 a. C., sappiamo che Volterra
contribuì con legnami per le navi e principalmente con frumento,
prodotto che presuppone una fondamentale attività agricola di
tipo estensivo. Nel 90 a . C. con la Lex Julia de Civitate, Volterra
ottenne la cittadinanza romana, fu iscritta alla tribù Sabatina
e costituì un florido municipio i cui supremi magistrati elettivi
ordinari e straordinari si trovano menzionati in varie iscrizioni. Scoppiata
la guerra civile, Volterra seguì le sorti del partito di Mario;
la città sostenne per due anni (82 - 80) un lungo assedio contro
Silla, finché, stremata, dovette arrendersi.
Le conseguenze della sconfitta furono gravi, ma non irreparabili: grazie
sia all’azione moderatrice di Cicerone sia al grande potere economico
e ai rapporti con personalità di spicco della vita politica romana
di alcune delle maggiori famiglie volterrane che riuscirono a superare
i torbidi, conseguenti all’assedio e alle rappresaglie sillane
(81 - 79 a.C. ); tra queste soprattutto i Caecinae che sono in posizione
spesso di prestigio, come A. Caecinae Severus, consul suffectus nell’anno
I a. C., al quale si deve la dedica del teatro romano di Vallebona.
Con l’ordinamento territoriale augusteo, Volterra costituì uno
dei municipi della VII ragione, l’Etruria e, nel V sec., alle prime
invasioni barbariche la città strutturatasi in forme castrensi,
era già sede vescovile a capo di una diocesi che ricalcava i confini
del municipium romano e della lucomonia etrusca e costituiva una delle
circoscrizioni ecclesiastiche più importanti della Tuscia Annonaria.
L’alto medioevo
Assoggettata dagli Eruli e dai Goti, ospitò successivamente un
presidio bizantino e, durante il regno longobardo, divenne sede di gastaldo,
facendo parte della dotazione del re. Nel periodo più oscuro delle
invasioni, appare la leggendaria figura del vescovo Giusto, patrono da
Volterra, che, insieme ai compagni Clemente e Ottaviano, si rese benemerito
della città a causa di imprese civili e religiose cui dette luogo
durante la sua vita. Nei IX-XI sec., per il favore degli imperatori carolingi,
sassoni e franconi, inizia e si sviluppa la signoria civile dei vescovi
volterrani, che, esenti dalla giurisdizione comitale e forti di privilegi
e immunità, finirono per imporre la loro civile autorità non
solo in Volterra ma anche su molti popoli della diocesi.
Contemporaneamente, il risveglio economico generale, di cui appare qualche
barlume negli ultimi tempi longobardi, porta la città ad essere
il polo di focalizzazione non solo degli interessi religiosi, ma anche
della vita sociale, economica e giurisdizionale del contado: i quattro
mercati concessi dagli imperatori carolingi durante il IX sec. in concomitanza
ad altrettante feste religiose, oltre a dimostrare la ripresa dei traffici
e dei commerci nel territorio volterrano, rivestono una grande importanza,
essendo mercati franchi, esenti da gabelle.
Il libero comune e i vescovi-conti
L’aumento della popolazione (dopo l’anno Mille) al termine
delle ultime invasioni ungare e la fine dei conflitti fra Berengario
I e Alberto marchese di Toscana che portarono alla quasi totale devastazione
di Volterra, provocano la nascita dei primi borghi che si addensano ai
margini della zona del Castello: il borgo di Santa Maria (attuale via
Ricciarelli) e il borgo dell’Abate (attuale via Buonparenti e via
Sarti), l’uno perpendicolare l’altro parallelo alle mura
castellane. Ma nella prima metà del XII sec. Volterra si organizza
in libero comune, pronto a lottare con il vescovo per il possesso della
città e delle ricchezze del suo territorio: consapevole che il
maggior provento della città è la produzione del sale di
sorgente, acquista diritti sullo sfruttamento delle Moie nonchè molti
diritti sul’estrazione dello zolfo, del vetriolo e dell’allume
nella zona di Larderello, Sasso e Libbiano.
La lotta tra il vescovo e il comune fu lunga ed aspra ed ebbe il suo
culmine con i tre vescovi della stessa potente famiglia dei Pannocchieschi:
l’esito dello scontro fu favorevole al comune, ma ben presto Volterra
dovette fare una politica tutta rivolta alla sua conservazione e molto
conciliante verso Pisa, Siena e soprattutto verso Firenze.
Dal punto di vista urbanistico si assiste ad una riorganizzazione dell’insediamento
che configura in maniera pressocchè definitiva la città.
La prima iniziativa importante è la edificazione della nuova cinta
muraria che sostituì quella etrusca del IV sec. a. C. troppo ampia
per assicurarne le difese visto il numero della popolazione residente:
il lavoro occupò il comune fino dai primi anni dell Duecento e
impegnò ingenti risorse economiche. Contemporaneamente alla costruzione
delle mura nuove srgono il palazzo del Popolo, poi dei Priori e la sistemazione
della piazza dei Priori, la “platea communis” già chiamato
Prato.
E intorno al Prato sorgono fin dai primi anni del XIII sec. le prime
costruzioni a torre fra cui quella detta del Porcellino che diventò in
seguito la sede del Podestà. Il palazzo dei Priori iniziato nel
1208 da maestro Riccardo, fu terminato nel 1257 sotto il Podestà Bonaccorso
Adimari, come si legge nella lapide appoista sulla facciata. Il complesso
sorgeva isolato: un chiasso, chiuso in epoca posteriore lo divideva dal
Duomo; l’accesso avveniva da due arcate che davano su di un ampio
loggiato terminato da un Arengo.
Anche il Duomo e il Battistero che costituiscono l’altro nucleo
urbano importante, subiscono grandi lavori di ristritturazione: l’ingrandimento
e la decorazione esterna dellla facciata della Cattedrale viene assegnata
dal Vasari a Nicola Pisano nel 1254.
La guerra con Firenze
Intanto, il contrasto tra il temporalismo ecclesiastico e le istituzioni
comunali favorì agli inizi del XIV sec. il sorgere di condizioni
adatte per l’affermazione di una Signoria e Ottaviano Belforti
assunse il ruolo di signore della città. Il governo personale
dei Belforti finì miseramente nel 1361, anno in cui, uno dei suoi
membri, fu decapitato nella pubblica piazza per aver pattuito la vendita
della città a Pisa. Ma la fine dei Belforti fu anche il disastro
della città: i fiorentini, venuti da amici per aiutare i volterrani
a liberarsi della tirannide, pretesero, come compenso, la custodia della
Rocca e l’esclusione dai pubblici uffici di uomini legati in qualche
modo a Volterra, ad eccezione dei loro concittadini. La repubblica volterrana,
nonostante la formale proclamata indipendenza, divenne suddita di Firenze,
che sempre di più mostrava interesse non solo alle ricchezze naturali
controllate dalla città, ma anche alla sua ubicazione che poteva
costituire un fortissimo baluardo avanzato contro la repubblica nemica
di Siena: se ne ebbe una conferma, quando la repubblica fiorentina estese
anche al territorio volterrrano la legge sul catasto, contrariamente
ai patti convenuti tra due le parti. Seguirono gravi agitazioni di popolo
contro la legge e Giusto Landini, patrizio popolare, pagò con
la vita la sua opposizione alla politica egemonica di Firenze. Antagonismi
di interessi privati, rivalità e invidie, animosità ed
avversione di famiglie e di classi, l’interesse personale di Lorenzo
dei Medici cusarono l’inutile guerra delle Allumiere, terminata
con il sacco di Volterra nel 1472, ad opera delle milizie del duca di
Montefeltro.
Assorbita nello stato fiorentino, la città fu sottoposta ad un
duro trattamento che provocò l’emigrazione di molte famiglie
facoltose e la conseguente alienazione dei beni a prezzo di fallimento.
Il segno visibile del dominio fiorentino in Volterra é la costruzione
tra il 1472 e il 1475 del Mastio, la Fortezza voluta da Lorenzo il Magnifico
per controllare contemporaneamente la città e costituire una roccaforte
verso il territorio senese.
Il periodo rinascimentale
Mentre si operava nelle difese, le grandi famiglie volterrane dettero
il via a numerose trasformazioni dei loro palazzi secondo i modelli elaborati
dalla cultura architettonica fiorentina. La probabile presenza di Michelozzo
nel cantiere del convento di San Girolamo a Velloso (1445) e di Antonio
da San Galllo il vecchio, nella ristrutturazione della “Vendita” (attuale
palazzo vescovile) potrebbe aver facilitato la diffusione dei modelli
fiorentini: case e palazzi come quelli delle famiglie Pilastri, Ricciarelli,
Minucci e Gherardi conoscono un rimodernamento delle facciate e un adeguamento
delle antiche torri al nuovo gusto diffuso dalla città dominante.
Nel 1530, in un’ultima disperata speranza di riacquistare le libertà perdute,
Volterra si ribellò ai fiorentini in guerra con i Medici, alleandosi
con questi ultimi, ma fu ripresa e nuovamente saccheggiata dal Ferrucci.
Restaurati i Medici a Firenze, Volterra perse definitivamente la propria
indipendenza, e divenne una delle città dello stato mediceo di
cui seguì le sorti; ma con il dominio granducale inizia per Volterra
e il suo territorio un perido di lenta ma progressiva decadenza che si
protrarrà fino a tuto il XVIII sec.
La ripresa della lavorazione dell’alabastro verso la metà del
XVI si realizzò quasi esclusivamente come fatto d’arte e
non si orientò verso indirizzi commerciali. Anche il tessuto insediativo
non mostra grosse trasformazioni; si possono trovare alcuni interventi
di completamento, come palazzo Inghirami (facciata realizzata su progetto
di Gherardo Silvani) e di nuove costruzioni soprattutto religiose, fra
le quali spicca la riedificazione della chiesa dei SS. Giusto e Clemente.
Fino ai giorni nostri
Verso la fine del XVIII sec. e nella prima metà del XIX sec. si
registrano incrementi nell’agricoltura, nella commercializzazione
dell’alabastro e un decisivo miglioramento nei collegamenti viari;
l’abitato urbano è oggetto di un generale adeguamento e
riordinamento: si ha la costruzione del teatro Persio Flacco (1819),
l’apertura della passeggiata dei ponti e della nuova carrozzabile
per le saline (1833) nonchè il restauro degli edifici posti nella
piazza dei Priori (1846). Nella seconda metà del secolo, dopo
l’unità d’Italia, a parte alcune ristrutturazioni
degli spazi all’interno del centro storico per far posto agli uffici
del nuovo regno, l’intervento di maggior rilievo è la creazione
dell’ospedale psichiatrico (1888). Infine il 13 marzo 1860 con
2315 voti favorevoli, 44 dispersi e 78 contrari Volterra vota la sua
annessione all’Italia unita, pagando il suo contributo di sangue
sia all’edifiazione dell’unità nazionale nella guerra
1915-18 sia alla lotta di resistenza contro il fascismo. In passato l’economia
del terrritorio si basava soprattutto sulla estrazione del rame, dell’allume,
dell’alabastro e del sale che venivano lavorati nelle manifatture
volterrane ed esportati.
Oggi, con l’emigrazione avvenuta nel secondo dopoguerra, l’industria
si basa su piccole aziende artigianali per la lavorazione dell’alabastro,
sull’estrazione del salgemma, su qualche industria metelmeccanica
e chimica; la popolazione residente dalle 17840 unità nel 1951 è scesa
a 13800 nel 1991.
Una delle fonti principali di reddito è attualmente il turismo:
Volterra infatti è in grado di mostrare non solo i grandi monumenti
che hanno caratterizzato i suoi 30 secoli di storia ma possiede e gelosamente
conserva tre strutture museali di notevole interesse storico artistico,
il Museo Guarnacci, la Civica Pinacoteca e il Museo Diocesiano di Arte
Sacra.
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